Mio figlio non si concentra!

C’è molta confusione sul concetto di concentrazione, a partire dalle parole con cui la chiamiamo e con cui chiamiamo il suo opposto: attenzione, concentrazione, distrazione, superficialità, e via dicendo. È come il vero amore di La Rochefoucauld: tutti ne parlano, ma ben pochi lo hanno visto davvero.

Certo, ci sono definizioni precisissime di cosa sia l’attenzione e di come si declini (attenzione selettiva, attenzione divisa, attenzione sostenuta) ma queste definizioni accademiche aiutano poco la mamma che sta tribolando perché suo figlio di 8 anni invece di fare i compiti sta guardando da 10 minuti fuori dalla finestra.

Un’altra difficoltà sta nel fatto che il modo in cui funziona l’attenzione è molto diverso negli adulti e nei bambini. Il cervello cambia, e cambiano i modi in cui l’essere umano si rapporta ai compiti. Può sembrare banale, ma come la lettera rubata , molte volte non ci accorgiamo proprio delle cose che abbiamo costantemente sotto gli occhi. Una delle aree del cervello che maggiormente si sviluppa durante la crescita è quella dei lobi frontali, la parte dietro la fronte per intenderci, che controllano la pianificazione, il controllo degli stimoli, la tolleranza della frustrazione, ossia tutto quello che ci manda in bestia con l’adolescente che non fa i compiti o il bambino che guarda due ore fuori dalla finestra.

Questo non vuol dire che tutte queste capacità siano assenti: i lobi frontali non crescono magicamente nella notte del diciottesimo anno del ragazzo. Sono capacità che si sviluppano gradualmente, con alti e bassi.

 

Va bene, ma perché non si concentra?

A volte però ci sono difficoltà che vanno oltre a quelle che possiamo aspettarci in riferimento all’età cronologica: il bambino impiega tantissimo per fare i compiti oppure non riesce a stare fermo un attimo, si perde, ha “la testa tra le nuvole “o “vive in un mondo tutto suo”.

In questi casi, bisogna capire qual è la causa e non è così immediato, perché l’attenzione può essere il risultato di diverse cause, è una valle circondata da diverse montagne.

Sono tre le cause più frequenti della difficoltà di concentrazione: una difficoltà specifica nell’attenzione, un disturbo dell’apprendimento non riconosciuto o una difficoltà emotiva.

Vediamole una per una.

 

Difficoltà specifica dell’attenzione

In questo caso siamo davanti a una difficoltà nell’attenzione primaria, ossia non conseguente ad altri fattori (vedi sotto), ma causata da una fragilità nel sistema che si occupa di gestire l’attenzione. Non ci sono studi definitivi sull’argomento, ma diverse ricerche identificano nei lobi frontali la struttura coinvolta nei bambini con difficoltà specifiche dell’attenzione. Il cervello non è un blocco unico di neuroni ma è composto da “parti” che svolgono funzioni (parzialmente) diverse; in realtà il discorso è molto più complicato di così, ma quello che ci serve sapere quando parliamo di attenzione è che la parte del cervello coinvolta sono appunto i lobi frontali, la parte dietro la fronte, per intenderci.

In alcuni bambini quest’area è più debole, provocando così difficoltà nella pianificazione e nel controllo degli impulsi.

Attenzione, non bisogna spaventarsi a sentire parlare di cervello: tutto dipende dal cervello, visto che regola tutto il nostro comportamento, le nostre emozioni e i nostri pensieri. Anche uno stato d’ansia “modifica” il cervello, perfino il cioccolato lo fa.

 

Attenzione e dislessia (o altri DSA)

Provate a fare questo calcolo a mente, senza usare calcolatrice o fogli di carta: 43 x 27.

Probabilmente avete le conoscenze per farlo, quello che vi manca è la motivazione a mettervi e usare l’energia mentale necessaria per svolgerlo. Lo sforzo cognitivo richiesto è molto grande: bisogna visualizzare l’operazione, tenere in memoria i riporti, ricordarsi i risultati e via dicendo. Il risultato? Non lo fate, sperando che non sia troppo importante.

Questa è la situazione in cui vive un bambino con un disturbo specifico dell’apprendimento. Nei DSA quello che manca è l’automatizzazione di alcuni processi dell’apprendimento e quindi il bambino si ritrova in alcune situazione a doversi sobbarcare di un grande carico cognitivo per restare attento. Per un po’ riesce a farlo, poi lo sforzo cognitivo diventa troppo e il bambino smette di farlo, distraendosi. Come capita a noi nel caso di 43 x 27.

Questo meccanismo capita spesso nei bambini con un DSA lieve, dove le strategie di compensazione funzionano generalmente bene: quando il carico si fa più pesante, le strategie non funzionano e l’attenzione cala.

In questo caso la difficoltà di concentrazione non è primaria, ma secondaria, ossia dipende da un altro fattore, in questo caso il disturbo dell’apprendimento: se si lavora su quella variabile, probabilmente la difficoltà di attenzione rientra.

 

Emozioni e attenzione

adhd_child_learning-112412Quando siamo preoccupati, non riusciamo a concentrarci. Noi esseri umani non funzioniamo a compartimenti stagni, se siamo in ansia per qualcosa, se siamo tristi o arrabbiati è molto più difficile focalizzare l’attenzione su un compito. Questo vale per gli adulti e a maggior ragione per i bambini. Come scritto sopra, la parte del cervello che si occupa dell’attenzione si sviluppa più tardi, quindi se è difficile per un adulto lavorare quando è preoccupato per qualcosa, per un bambino lo è ancora di più.

L’ansia è una delle emozioni che interferisce con la concentrazione, ma non è l’unica. Tristezza, rabbia, senso di colpa sono solo alcune delle emozioni che spostano l’attenzione del bambino, ci sono anche situazioni complesse in cui non è presente una sola emozione specifiche ma un certo clima emotivo. Ad esempio, in caso di forte conflitto tra i genitori o malattie di persone care, le emozioni in gioco sono tante e diverse, e tutte concorrono a “occupare” la mente del bambino.

 

Cosa fare? Guardiamo la luna, non il dito

Bisogna stare molto attenti quando si valuta un Disturbo dell’Attenzione perché il rischio è di fare una diagnosi sbagliata: nei test risulta una difficoltà nell’attenzione, ma questa è causata da fattori che non c’entrano con l’attenzione.

È molto facile sbagliare e fare una diagnosi di Disturbo dell’attenzione (il famigerato ADHD) quando in realtà si tratta di altro, con tutte le conseguenze del caso.

In particolare mi riferisco ai farmaci.

Nei casi di ADHD, la terapia farmacologica si è dimostra essere efficace in alcune tipologie di pazienti, affiancata ovviamente da una terapia psicologica e un parent training dei genitori, ma ha delle controindicazioni. L’opzione di assumere dei farmaci deve essere valutata dal neuropsichiatra infantile, dopo aver fatto una diagnosi differenziale, ossia aver escluso che il problema dell’attenzione sia originato da cause diverse. Per questo serve una valutazione approfondita da parte di un’equipe multidisciplianre che escluda la presenza di un disturbo dell’apprendimento o una difficoltà emotiva.

L’attenzione è una funzione mentale complessa che dipende da tanti fattori diversi; quando valutiamo come aiutare un bambino dobbiamo prendere in considerazione tante variabili, per evitare di farci distrarre dal fumo negli occhi. Come dice il poeta, quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito.

Davide Nahum

Psicologo, psicoterapeuta

Direttore Centri Ieled

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